Outpost Of Progress On DarkRoom Magazine

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OUTPOST OF PROGRESS

“Pariah”

Cover OUTPOST OF PROGRESS

(ScentAir Records)

Time: CD (60:55)

Rating : 7

Formatosi nel 2014, il duo italiano composto da Riccardo Pinzuti (musiche) e da Max Bindi (voce) si è fatto le ossa attraverso una serie di EP, singoli ed apparizioni su compilation in un contesto più affine alla scena dance, approdando infine ad una formula più vicina a dinamiche synthpop che ha fruttato un deal con la russa ScentAir per la pubblicazione di “Pariah”, primo album del progetto. I due non hanno certo dimenticato l’esperienza sin qui maturata, tant’è che il loro sound odierno, pur virando verso lidi più notturni e raffinati, conserva un groove squisitamente ballabile e funzionale in chiave dancefloor, che finisce per dominare l’opera con buoni esiti. Quello degli OOP è un sound che pare prediligere le atmosfere suadenti e che non si rifugia mai nella mera ricerca della melodia immediata o del refrain di facile presa, distinguendosi dal resto della scena synthpop anche per la deliberata rinuncia a certe forti caratterizzazioni tipiche del genere. Le influenze citate vanno da Moby a Moroder, dai Massive Attack a Bowie, dai Kraftwerk ai Depeche Mode (questi ultimi omaggiati con una cover onesta e più soffusa di “No More” dal recente “Spirit”), lezioni ben apprese che hanno condotto alla creazione di un suono capace di differenziarsi per indole e metodo. Mai irruenti in alcun modo, ed anzi sempre inclini all’eleganza strutturale (anche a livello vocale), i Nostri sciorinano sedici tracce che non inseguono la variante fine a sé stessa, ma che ruotano piuttosto attorno ad un groove sempre ben educato, insaporendo a più riprese la formula col supporto della corista Giulia Ferini (“On The Heights Of Despair”, “Quicksand”, “In The Swim”, “When You Lie With Me” etc.). È verso il finale che i due implementano qualche variante in più, a partire dalle cadenze più misurate di “Closer” e proseguendo col picco qualitativo “Under The Radar”, dove le strutture si fanno altamente fascinose prima che la song si accenda; bene anche “Hurry On Down” e “Run Away”, entrambe dotate di una costruzione più alternativa, mentre la chiusura ci regala uno strumentale di notevole buon gusto come “Gateway”. L’impressione è quella che gli OOP stiano pian piano cambiando pelle, e sarà dunque interessante vedere quale strada intraprenderanno con le prossime mosse discografiche, possibilmente saggiando prima a dovere un lavoro valido a tutti i livelli – produzione compresa – come “Pariah”, ideale rampa di lancio verso una rinnovata identità.

Roberto Alessandro Filippozzi

 

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